La libertà di parlare ed esprimersi, di contare qualcosa per ciò che si dice, termina quando non vi sia alcuno che ascolti.

Parlare per slogan, spesso a sproposito, con frasi eclatanti o pervasive (lo viviamo nelle campagne elettorali quotidianamente) serve solo a sperare che qualcuno ne parli, amplificando la visibilità di coloro che nessuno ascolta.

Serve qualcuno che ne parli ad altri, a cui non si arriva direttamente o si passa, per gli inascoltati o inascoltabili da molti. Sperando di poter usare un megafono involontario, prestato da qualcuno di autorevole, che appunta con la massima indignazione che trascini cosi propri amici e conoscenti in un coro di esternazioni a seguire nei social. Non è un modello nuovo: ci sono anche i professionisti dell’indignazione. Macchiette della radio e televisione, ore pure del web e dei social, che godono di un  grande seguito “per la comicità che generano”, “gasati” da altrettanti che lo incitano a far bravate o a dir fesserie per farsi quattro risate. Ne è sempre stato pieno il mondo dal gruppetto delle piazza, a scuola ed al bar dello sport.
Concedendo a chi non ha ascolto (se non la limitata platea di cechi fedeli o dei pagliacci che lo incitano) un palcoscenico insperato, al pari del più illustre autorevole che si indegni di quanto legge e commenta. Per potersi far ascoltare dall’ultimo disattento o frustrato, che lo possa votare, piacere o condividere, con sdegno o stima di ciò che sente o legge. Non importa, come o per cosa, basta apparire il più possibile ovunque. Il palco e la pista della sala da ballo è piena di goffi ballerini e pagliacci con strani vestiti, che più lo sono, o assurdi che siano in quanto affermano e fatto, alimentano il carrozzone dello spettacolo e di clienti. Avanti lo spettacolo è unico nel suo genere.
Che ne parlino, se male pure meglio, si ottiene più ascolto.

Questa è la regola del poter essere ascoltati, per cui del poter parlare liberamente, in un contesto pieno d’informazione strillata è necessario trovare mezzi e strade per poter emergere. Essere parassiti d’altri, della loro reputazione e visibilità sono le nuova strade percorse. Nessuno ti arresta se dici castronerie, ma è il caso di imparare a non ascoltarle e farne leva di diffusione con altri, per non accreditare e dare spazio che cercano, in un modello che alla fine scredita se stessi solo per aver dedicato tempo ad ascoltare e darne proselito involontario e con i migliori auspici di conoscenza delle affermazioni estreme d’altri.

Quando tocchi il fondo peschi a strascico, ogni rifiuto è cibo.

In questo senso pure una notizia falsa, tendenziosa o pretestuosa, gioca a il proposito di poter aumentare la propria visibilità. La disdetta (che puntualmente viene fatta) non verrà letta, condivisa, commentata, diffusa da nessuno.

E’ un gioco al massacro che non rende, vale il tempo di vita della fiamma di un cerino (si certo accendendone tanti non vivi al buio), darne seguito da luce ulteriore a chi abbia finito i fiammiferi, tendendo solo a deludere chi ascolta e garantisce di essere letto o seguito per ciò che vale nella libertà e civiltà di ciò che fa o in cui crede .

Ai Troll non si da seguito, farlo li accredita ed esalta.
Dedicato ad una amica, almeno cosi io spero sempre e solo di poterla ritenere!